Le Alpi Feltrine suddivise nei tre sottogruppi delle Vette, del Cimonega e del Pizoc, offrono vari momenti spettacolari che sono stati conosciuti specie dopo la pubblicazione avvenuta nel 1969 del libro “Le Dolomiti di Feltre” di Severino Casara. Da sud-ovest a nord-est le varie Buse delle Vette (Monsampian, Cavaren, delle Vette), il Pian della Regina e la conca di Cimonega nel settore dolomitico centrale, e infine i Piani Erera-Brendol e i Piani Eterni nel Pizoc. Non dimenticando la bellissima Gusela della Val del Burt, collocata nella parte più selvaggia di tutto il gruppo.
Nel settore sud-occidentale spicca la Busa delle Vette, che lo scrittore vicentino Casara ha voluto felicemente ribattezzare in Busa delle Meraviglie, appena poco al di là del Passo delle Vette Grandi, 1999 m, a pochi minuti dal Rifugio “Dal Piaz”, 1993 m. Dal rifugio si raggiunge infatti in breve il vicino Passo delle Vette Grandi, oltre il quale si apre l’ampia Busa delle Vette. Trascurando il sentiero 812 che dalla forcella scende sulla destra, si prosegue lungo la stradina che scende fiancheggiando sulla sinistra la Busa, che esibisce sterminati tappeti verdi, solcati, specie sugli alti versanti della montagna, da bianchi ghiaioni. Il luogo richiede doverosamente una sosta di almeno una mezza giornata.
In questa atmosfera di natura elegiaco-pastorale non manca in stagione l’allegro scampanio delle mucche al pascolo, mentre alla nostra sinistra ci accompagna una scogliera di rocce a strati orizzontali dalle colorazioni diverse. Alla quota di 1940 m si incontra un bivio. Sulla destra si scende alla Malga delle Vette Grandi, collocata a 1869 m allo sbocco di uno stretto canyon, ove sino a qualche anno fa l’acqua non mancava, alimentata da un laghetto a monte. La forra, lunga oltre un centinaio di metri, era un tempo ricca di acque e i giovani che salivano sin qui si ristoravano al fresco della gola, al fragore di cascatelle. Oggi a segnalare una presenza che non c’è quasi più (limitata alla primavera), il muschio. Senz’acqua la natura intristisce e si impoverisce. Resta l’architettura delle rocce, ma la vita è stenta.
Sul versante sinistro orografico della forra si estende uno strano mondo di sassi. Dalle loro forme lo diresti un cimitero egizio, un luogo di pace. Molti sembrano sarcofagi di faraoni. Molti sembrano essere stati consumati dal tempo. Erosi. Ve ne sono di piccoli che sembrano invece ospitare i bambini. L’altura sopra la malga ne è ricchissima.
Qualche “tomba” è rovesciata. Per il peso e il cedimento del terreno. Strani sassi che emergono dal terreno, altri appena sollevati. Qui la natura si è divertita a creare forme e colori. Qualche sarcofago è spezzato. Altri sono appaiati. Vi sono pietre che creano strani disegni sui prati. Pietre istoriate, fregiate. Qui tutto è bellezza. Si è immersi nel bello che penetra in te e ti attende in ogni angolo della Busa. Celato in una depressione magari.
La Busa non è un vero altopiano. Essa si sviluppa irregolarmente anche in modo scomposto. Le depressioni si succedono le une alle altre. Non c’è uniformità. È un continuo giocare. La natura si diverte a diversificarsi come una bella donna. Imprevedibile. Sempre sorprendente.