C’erano anni in cui il bosco era una risorsa. Un patrimonio da sfruttare, mantenere, valorizzare. Il legname bellunese ha costruito l’Impero Romano, ha sostenuto la Serenissima. Gli zattieri trasportavano tronchi lungo il Piave, e la montagna dava lavoro, non solo paesaggi (approfondiamo il tema nell’articolo di Antonio Gheno a pagina 14). Oggi il bosco cresce da solo, senza regole, occupando lentamente ma inesorabilmente ogni spazio. È ancora una ricchezza o solo un segno di abbandono? Laddove un tempo c’erano prati curati dai pastori e pascoli vivi, il bosco era contenuto perché serviva agli uomini. Ora che l’uomo sta abbandonando la montagna, il bosco se ne riappropria. La Valbelluna è sempre stata una terra boschiva ma la stiamo gestendo bene?
IL BOSCO HA ancora un valore. Stiamo sprecando una risorsa?
Un esempio emblematico di sostenibilità a lungo termine è quello delle Regole d’Ampezzo a Cortina. Questa istituzione collettiva, risalente al Medioevo, tutela 15mila ettari di boschi e pascoli come proprietà indivisa della comunità locale. Le Regole amministrano il patrimonio secondo antichi statuti (laudi), garantendo che le risorse siano sfruttate entro la capacità di rinnovo. Grazie a questo il 90% delle foreste di Cortina è rimasto integro e protetto dalla speculazione edilizia, fornendo legname, foraggio e bellezza paesaggistica. Un modello di governance partecipativa (i “Regolieri” sono i capifamiglia originari) che ha anticipato di secoli i principi della gestione forestale sostenibile moderna. Il Cadore ha saputo valorizzare molto bene il suo legname: lì le segherie funzionano mentre in Valbelluna il nostro legname viene spesso venduto grezzo e riacquistato come semilavorato. E guardiamo al Trentino: il bosco lì non è solo legname, ma anche energia: il teleriscaldamento a cippato fornisce calore a interi comuni. Perché in Valbelluna non sfruttiamo il nostro legno per diventare più indipendenti? Intanto, la foresta cresce da sola. Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi da oltre 15 anni cura lo sfalcio dei pascoli per evitarne la scomparsa (ne parliamo a pagina 12), ma basterà? Stiamo lasciando il bosco libero di espandersi senza una strategia? O è una scelta precisa?
le Foreste: paesaggio da cartolina o turismo reale?
Non dimentichiamo il paesaggio. La natura incontaminata porta turismo, attira fotografi, escursionisti, appassionati di wildlife. Il cervo è un problema per i campi, ma un’attrazione per il turismo naturalistico. E allora il bosco è solo una risorsa produttiva o può essere una leva per un altro tipo di economia? Ad esempio: in Austria i boschi sono percorsi tematici: sentieri didattici, malghe interattive, parchi naturali che creano indotto economico. E noi? Puntiamo davvero su questo modello o lo lasciamo a iniziative isolate? Le foreste bellunesi potrebbero diventare una meta per il turismo esperienziale? Possiamo rendere attrattivo il nostro paesaggio con un’offerta turistica che ci motivi a mantenerlo, curarlo e valorizzarlo, invece di lasciarlo crescere senza un piano? Vogliamo una montagna gestita o una lasciata al caso?
Ungulati ovunque: una bomba ecologica fuori controllo?
Con l’avanzare del bosco anche gli animali selvatici hanno trovato un territorio più favorevole per proliferare. E questo è un bene? Dipende. Dopo decenni di protezione, gli ungulati sono esplosi. Oggi in provincia di Belluno si stima una popolazione di oltre 40.000 capi. I cervi sono passati da 900 capi nel 1990 a oltre 10.400 di oggi. A questi si aggiungono oltre 13.600 caprioli, 7.250 camosci, 2.400 mufloni e… Cinghiali: troppi per essere contati, in crescita incontrollata. Coldiretti Belluno è chiara: la fauna selvatica sta diventando un flagello per agricoltori e allevatori. Campi devastati, pascoli distrutti, coltivazioni rase al suolo. Eppure, c’è chi dice che il problema non sono gli animali, ma l’uomo che non sa più gestire il territorio. Siamo di fronte a un equilibrio naturale o a un’invasione fuori controllo?
Il lupo è una minaccia o una leggenda?
E poi c’è il lupo. Per alcuni è un simbolo della natura che si riprende i suoi spazi; per altri è un predatore senza controllo che minaccia gli allevamenti, la sicurezza delle persone e l’equilibrio della montagna. Chi ha ragione? Gli allevatori sono esasperati: le pecore sbranate non sono favole, ma danni concreti. Chi paga il prezzo del ritorno del lupo? Finora non ci sono attacchi documentati a persone, ma è chiaro che il lupo non teme più l’uomo e si avvicina sempre di più ai centri abitati e la gente comincia ad aver paura a camminare nei boschi, e lo dice apertamente. Stiamo cercando un capro espiatorio? Il lupo c’era prima di noi, abbiamo invaso i suoi spazi o lui si sta prendendo i nostri? Ne discutiamo nell’approfondimento a pagina 10, ma intanto cosa dovremmo fare? Abbatterlo, come vorrebbero alcuni? Oppure imparare a conviverci, accettando il rischio?
Abbiamo ancora il controllo della montagna?
Guardiamoci attorno: Il bosco avanza senza un piano. Gli ungulati devastano campi e strade. Il lupo cambia il nostro modo di vivere il territorio. Siamo ancora noi a decidere cosa succede in montagna?
Abbiamo passato secoli a gestire il territorio. Ora sembra che ci siamo arresi. Ma siamo sicuri che la montagna debba diventare un luogo senza più agricoltura, senza più allevatori, senza più chi la vive davvero? Vogliamo accettare di convivere con gli animali selvatici senza fare nulla oppure è tempo di scegliere cosa vogliamo per il futuro della nostra montagna?