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Biodiversità in Valbelluna

noci e moroni: sostenibilità o identità territoriale? Intervista a Mauro Alpagotti

Biodiversità in Valbelluna

noci e moroni: sostenibilità o identità territoriale? Intervista a Mauro Alpagotti

Noci e marroni: opportunità produttiva o illusione per la provincia di Belluno? Lo abbiamo chiesto a Mauro Alpagotti, libero professionista e già presidente della Confederazione italiana agricoltori (CIA) Belluno. Come altre piccole produzioni locali, tali frutti sono emblema di una marcata biodiversità territoriale, termine che spesso, però – premette Alpagotti – diventa quasi uno slogan.

Alpagotti, lei parte da una riflessione sulla biodiversità. Perché è così importante, oggi?
«Perché raramente chi vive in un contesto ricco di biodiversità è consapevole della ricchezza vitale che lo attornia, anzi, il più delle volte ne banalizza il significato, la forza o le potenzialità, preso come è dal cercare lontano ciò che ha invece a portata di mano. Io stesso, tempo fa, ho comprato in supermercati diversi noci sgusciate di provenienza cilena, californiana e campana. Riflettendo poi sull’assurdità del gesto, con il mio acquisto a km mille, nei giorni successivi ho raccolto alcune noci nella mia proprietà; mettendole ad essiccare, mi sono accorto che erano diverse tra loro: pur a poche centinaia di metri, le piante avevano quattro “frutti” diversi.
Se si fa una ricerca, si scopre che la “Noce feltrina” ha al suo interno diverse varietà quali San Siro, Valeria, San Vetor oppure definite in maniera popolare Kiza, Cocòna o Grossa di Vignui. Quasi tutte con la caratteristica della premicità, cioè la noce si rompe molto facilmente, ed ottime caratteristiche organolettiche».

Eppure, nonostante questa ricchezza, la coltivazione del noce non sembra decollare. Perché?
«C’è stato un tentativo di rilancio, nel 2005, con la nascita del Consorzio di Tutela del Noce Feltrino. L’iniziativa era promettente, ma si è esaurita presto. Il motivo? La noce ha tempi di entrata in produzione abbastanza lunghi, rese contenute e piante molto alte, difficili da gestire senza conoscenze tecniche adeguate. Inoltre, manca il supporto pubblico: servirebbero ricerca, assistenza agronomica, investimenti. Da soli i piccoli produttori, spesso hobbisti, non riescono a sostenere la sfida».

Quindi investire su questo settore è impensabile?
«No, una coltivazione di centinaia di ettari con economie di scala, come ad esempio in Campania, non sarebbe certo possibile. Però possiamo giocare un’altra partita: quella della qualità e della suggestione territoriale. Non è una questione di tonnellate ma di valore aggiunto».

Guardando al castagno e al marrone, la situazione è diversa?
«Direi di sì. Il marrone ha potenzialità maggiori. L’Italia è tra i primi produttori mondiali e il Bellunese conserva castagneti importanti. Certo, molte sono piante vecchie, le coltivazioni sono spesso abbandonate, e ci sono patologie che hanno già messi in crisi i coltivatori. Però con un minimo di politica mirata e con il recupero dei castagneti storici, il marrone potrebbe rappresentare una vera occasione economica e d’immagine».

Dunque, non bisogna pensare all’agricoltura solo in termini industriali?
«Qui un piccolo noceto o un castagneto non cambiano la vita a nessuno, ma possono garantire qualche centinaio di euro all’anno e rafforzare l’identità del territorio. Non dimentichiamo che, nelle famiglie contadine, fino alla seconda metà del secolo scorso, la presenza e coltivazione del noce era diffusa e rappresentava, oltre ad un alimento per la famiglia stessa, anche un’interessante integrazione al reddito, e aveva anche una valenza simbolica per la nascita della figlia femmina».

Noci e marroni: opportunità reale, dunque, ma a patto di non inseguire modelli lontani. Non faremo mai concorrenza alla California, ma possiamo offrire un prodotto che racconta un territorio, una storia, una biodiversità che altrove non esiste.

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