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Berta Cappellari

Sopravvissuta agli orrori della guerra

Berta Cappellari

Sopravvissuta agli orrori della guerra

Berta Cappellari è nata a Sospirolo nel 1922 da Carlo (1898-1954) e Corinna Giacin (1901-1971) di Vodo di Cadore. Nel giugno 1944 è stata deportata da Trieste al campo di concentramento di Auschwitz da dove, dopo qualche mese, è stata trasferita a Hirtenberg, sottocampo di Mauthausen. Dopo la liberazione, nel maggio 1945, è ritornata a Trieste dove ha conosciuto e sposato il soldato inglese Victor John Bloomfield. Ha trascorso la sua vita con il marito e i figli Cesare John e Carla nella città di Portsmouth.
Giovanni Cesare, il fratello minore di Berta, nato a Sospirolo nel 1924 poco dopo l’emigrazione del padre in Argentina, è morto a Trieste nel 1947. In occasione del 90esimo compleanno di Berta, scomparsa nel 2017, John Bloomfield ha rilasciato, il 29 giugno 2012, al giornale The News di Portsmouth la testimonianza che riportiamo tradotta.

Io non so quanto lei sapesse degli orrori… –
Pressata tra la folla di un soffocante vagone merci, la giovane Berta tentò la sorte mentre poteva ancora farlo. Molti prigionieri sono morti durante i viaggi in treno per Auschwitz nella lunga calda estate del 1944. Nonostante Berta non avesse idea degli orrori che l’aspettavano alla fine del binario, il suo istinto di fuga era forte. E quando il treno si fermò presso un vasto campo di granoturco, le porte del vagone si aprirono per far passare un po’ d’aria fresca di cui c’era gran bisogno. Cogliendo il momento, Berta saltò giù dal vagone e corse più lontano e più velocemente che poté. Ma quando le guardie la catturarono la picchiarono così duramente che non riuscì a salire da sola sul vagone.

  • Lei corse e corse e corse – racconta il figlio di Berta, John Bloomfield – Cercò di nascondersi tra gli alti steli del granoturco, ma le guardie la trovarono. C’è da meravigliarsi che non le abbiano sparato.

Mentre l’anziana mamma italiana siede in poltrona nella sua casa di Portsmouth, è difficile immaginare le avversità che ha dovuto affrontare nella sua vita. Gli occhi di John si riempiono di lacrime al pensiero di ciò che ha passato. Ma non ha difficoltà a riconoscere il coraggio che la madre dimostrò nei mesi trascorsi nei campi di concentramento nazisti.

Martedì prossimo [3 luglio 2012, N.d.T.] Berta festeggerà il suo 90esimo compleanno e John pensa sia tempo che altri conoscano il suo coraggio. Sull’avambraccio sinistro porta tatuato il numero 82148. È sbiadito nel tempo, ma il marchio impresso su di lei al suo arrivo ad Auschwitz durerà per tutta la vita. Più di un milione di persone sono morte nel famigerato campo di sterminio polacco, nelle camere a gas o per le malattie e la fame, ebrei per la maggior parte. Ma c’erano anche migliaia di prigionieri politici come Berta strappati alle loro case. Il suo solo crimine era di avere un fratello partigiano e di non sapere dove fosse.
Dopo la diagnosi di Alzheimer di alcuni anni fa, John ha messo insieme quanto poteva dell’incredibile storia di sopravvivenza della madre prendendo dai racconti che lei gli ha fatto negli anni e dalle sue personali ricerche. Da bambino aveva visto il numero inciso sul braccio e sapeva che ciò era dovuto alla guerra, ma per un lungo tempo Berta aveva tenuto per sé il ricordo di quello che aveva passato da giovane.

  • Avevo 11 o 12 anni quando mio padre prese dalla biblioteca un libro su Auschwitz – ricorda John. Riconoscevo il nome, ma non sapevo cosa fosse. Guardavo le immagini e c’erano foto di prigionieri emaciati. Dissi alla mamma: – Guarda questa gente. Lei mi guardò e disse: – Io assomigliavo a loro. È stato allora che ho preso coscienza e ho cominciato a domandare e a imparare.
    Non molto tempo dopo, quando ero adolescente, la mamma cominciò ad aprirsi un po’ di più. Eravamo soliti andare in Italia ogni anno e io ricordo uno di quei viaggi in particolare. Ci eravamo fermati in un caffè in Germania e faceva molto caldo. La cameriera uscì dal caffè e vide il braccio della mamma, posò il vassoio e disse: – Auschwitz. Aveva riconosciuto il numero.
    La mamma si confidava di più dopo quell’episodio e col passare del tempo ci raccontò altre storie, ma non parlava apertamente di tutto. Era troppo duro.

Durante la seconda guerra mondiale i Cappellari erano a Trieste e il 19enne Cesare entrò nella resistenza. Quando, nel giugno ’44, la Gestapo scoprì il nome di Cesare, Berta fu arrestata e interrogata. Etichettata come prigioniera politica, fu messa in lista per il trasferimento ad Auschwitz poco prima del suo 22esimo compleanno.
Per tre mesi fu rinchiusa ad Auschwitz e messa alla cernita degli abiti. Lei ricorda che le donne ebree le davano cose da nascondere, ma non ritornavano mai a riprendersele.

  • Sapeva che la gente nel campo stava morendo, ma non so quanto fosse a conoscenza degli orrori che vi si commettevano – spiega John, – pensavo che, se avesse voluto parlarne, allora bene, ma ricordo che qualche anno dopo, quando la gente ha cominciato a visitare Auschwitz, le ho domandato se voleva tornare là e lei mi ha detto di no.

Aggiunge John: – Pochi anni fa sono andato a visitare l’Holocaust Memorial Museum di Berlino e sono contento di averlo fatto. Questo mi ha spinto a scoprire di più su ciò che è accaduto a mia madre e ad assicurarmi che anche i miei figli conoscano la sua storia.

Nel settembre ’44 Berta fu trasferita al campo di Mauthausen-Gusen, in Austria. Divisi tra parecchi sotto-campi, i prigionieri lavoravano in condizioni di schiavitù, nel gelo e con scarso cibo. Lei fu assegnata al sottocampo di Hirtenberg e costretta a lavorare in una fabbrica di munizioni. Non fosse stato per la sua buona amica Mafalda, non sarebbe sopravvissuta – ritiene John. Le sue ricerche hanno rivelato che Berta era una dei 5mila prigionieri politici di Mauthausen. In totale il campo ha avuto 320mila prigionieri e solo il 25 per cento di essi è sopravvissuto. Nel periodo passato a Hirtenberg, Berta fu ferita alla schiena dalle schegge di un detonatore esploso e passò del tempo in una sorta di rudimentale ospedale.

  • La mamma parlava di questo medico polacco che fu meraviglioso con tutti. Mentre era in ospedale, e lei ricordava una donna che non aveva scarpe. La donna la pregò di darle le sue e la mamma si dispiacque tanto per lei che gliele cedette. Quando fu deciso che stava abbastanza bene per tornare al lavoro, dovette camminare per miglia nel freddo senza scarpe.
    L’esercito americano liberò il campo il 5 maggio ’45. A quel tempo Berta soffriva di tifo e malnutrizione. Furono necessari tre mesi perché fosse rimpatriata a Trieste. Era ormai seriamente ammalata e venne subito ricoverata in ospedale. Anche se si era riunita alla madre, presto scoprì che Cesare era stato catturato dalle SS.

Berta fu sottoposta a un regime dietetico appropriato, ma i medici non credevano che sarebbe sopravvissuta. Durante la notte, staccava la flebo e andava in cucina a rubare del cibo. Per fortuna, riuscì a ristabilirsi completamente.

Nel ’47 lavorava come cameriera per l’esercito inglese in un locale NAAFI [Navy, Army and Air Force Institutes, l’organizzazione che forniva servizi ai soldati alleati. N.d.T.]. Uno zio di Berta era a quel tempo il caposquadra per un lavoro di collegamento a cui partecipava anche il caporale Victor John Bloomfield dei Royal Engineers e l’invito a un pranzo domenicale con la famiglia mise in contatto Berta con l’uomo che sarebbe diventato suo marito.

Durante la luna di miele, Victor fu richiamato in Inghilterra. Ci vollero tre mesi perché fossero pronte le carte, ma Berta, incinta di John e allora al nono mese di gravidanza, finalmente arrivò a Londra e raggiunse la stazione di Portsmouth e la stazione di Southsea per iniziare la sua nuova vita con Victor. Se non è possibile sapere quale impatto abbiano avuto su di lei le terribili esperienze vissute, John dice che lei è stata felice a Portsmouth.

  • Si sistemò con mio padre ed ebbe una famiglia – egli dice. Non parlava una parola di inglese, ma andò alla scuola serale e trovò lavoro in una lavanderia; in seguito entrò nel settore dell’abbigliamento. Era dura, ma avere lavorato 16 ore al giorno in un campo nazista mette ogni sacrificio nella giusta prospettiva.

Nota
Dopo l’intervista, John Bloomfield ha appreso che, a causa dell’avanzata degli eserciti alleati, le detenute di Hirtenberg, campo tutto femminile, il 2 aprile 1945 furono costrette a una “marcia della morte” di 170 km per tornare al campo principale di Mauthausen, giungendovi verso il 18 aprile. Nel sotto-campo di Hirtenberg erano state deportate 459 donne tra i 16 e i 58 anni, di cui 101 italiane, per lavorare nella fabbrica di munizioni Gustloff Werke. Ne arrivarono a Mauthausen 342.

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