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Arson, paese de le nos

Il racconto di Flavio, memoria storica

Arson, paese de le nos

Il racconto di Flavio, memoria storica

Fino agli anni 60 gli alberi di noce, spesso maestosi, erano diffusi in tutto il Feltrino, in particolare ad Arson, Lasen, Umin e Villabruna. Questa presenza generava un reddito integrativo importante per le famiglie, prima di arrivare ad un lento abbandono con l’abbattimento anche di alberi secolari, venduti a furbi mercanti di pianura insieme a mobili in legno massiccio di ottima fattura. Il tutto per riempire, poi, le cucine con pensili in segatura pressata di color bianco laccato di scarsa durata, insomma all’Americana, complice anche la tv e una deprecabile moda.

Le Noghere di Arson

Ad Arson incontriamo Flavio Salvadori, classe 1948, appassionato di storia, impegnato in agricoltura e allevamento, oltre che in parrocchia, e uno degli ultimi soci della latteria turnaria. Flavio è memoria storica di questa bella frazione così solatia che la neve rimane pochissimo, ottima e gratificante per colture orticole (come zafferano, pomodori giganti, persino angurie) e base per escursioni in ambiente naturalistico di gran pregio. Gli abitanti (molti “foresti”) sono ora circa 150, ma una volta ve ne erano oltre 300. Ebbene, Flavio ricorda che ad Arson, negli anni 50-60, venivano raccolti oltre 200 quintali di ottime noci, della qualità feltrina, cedute a raccoglitori paesani come Lino Miniati, Sergio Chiea e Angelo De Bastiani; venivano poi stoccate sopra il caseificio, e poi cedute attraverso mercanti, insieme a patate e fagioli, a Forato di Feltre, che le inviava in tutta Italia, soprattutto al Sud, e poi spacciate per noci di Sorrento molto più note.

Delle noci Flavio sa tutto, tanto da essersi interessato ai torchi in pietra e legno anche di epoca romana, dei quali rimangono pochi esemplari (una volta ne esistevano una decina); l’olio derivato serviva sopratutto per l’illuminazione. Le tipologie antiche erano due: quella che, secondo Catone, nel 200 a.C. utilizzava un contrappeso in pietra, governato da corde di canapa, e quella più “giovane”, secondo Plinio, del 1° sec. d.C. più elaborata, che usava il contrappeso schiacciante tramite viti in legno duro senza fine e si poteva quindi alzare o abbassare al bisogno; comunque l’uso principale per i Romani era per schiacciare l’uva.

Ricordi

Nel 1962 un giovane Flavio, allora quindicenne, pensò di aprire una noce, svuotarla del gheriglio (in gergo “ghito”) ed inserirvi un bigliettino che diceva così: “noci di Arson Feltre fam. Salvadori”; l’anno dopo ricevette, tramite il mercante, una lettera di complimenti di una signora di Napoli. 

Per l’acquisto i mercanti solevano prendere dal sacco 100 noci e poi spaccarle; se lo scarto era inferiore al 10 per cento avevano un prezzo più alto, altrimenti minore.

Come per i gustosi “moroni”, anche per le noci si faceva una severa guardiania contro indebiti furti.

La nonna di Flavio, Elena Bortolas detta Emma, portava i gherigli a Seren ove c’erano due opifici, ricevendo in cambio due bottiglie di olio.

La madre, Leonilda Badissera, era una lavoratrice instancabile: minuta, ma tutta grinta e nervi, governava la stalla.

Dopo la pensione, Flavio, per affetto ma anche per passione, fu costretto a continuare l’allevamento bovino e a fare il casaro con l’aiuto della moglie Lidia. L’anziana mamma raccoglieva ancora le foglie per “starnir” con la gerla; è scomparsa all’età di 95 anni, due anni fa.

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