La scena sembra presa da un film di Fellini. L’allenamento di tiro con l’arco, in effetti, colpisce per il silenzio e la compostezza degli atleti. Efrem, il dirigente, mi spiega che essendo uno sport di concentrazione non si urla, non ci si disturba e, ovviamente, non c’è quasi mai un tifo. Sembra una realtà veramente inusuale nel panorama dello sport chiassoso, agonista, spesso violento che ci circonda.
È uno sport per pochi, immagino. «Tutt’altro! In Italia conta 27 mila praticanti ed è una delle discipline che annovera più medaglie olimpiche, paralimpiche e mondiali. Eppoi, e questa è una cosa che ci riempie di orgoglio, è l’unico sport dove atleti disabili praticano e gareggiano alla pari con atleti normodotati in assoluta tranquillità e integrazione», spiega Efrem.
Anche nella vostra società? «Certo! Gli Arcieri del Piave, nati nel 1970 a Sospirolo, sono una delle società più vecchie d’Italia e vantiamo ben 79 titoli italiani. Agli ultimi campionati italiani giovanili abbiamo piazzato ben due squadre: un sesto posto della squadra ragazzi e una medaglia di bronzo con la squadra allievi. Abbiamo circa 90 atleti, dai 9 ai 77 anni, che si allenano tre volte la settimana. Come per tutti gli sport, la competizione è il sale dell’attività, e da qui partono atleti che si qualificano in gare di alto livello. Abbiamo avuto diversi atleti in nazionale, titoli iridati, medaglie mondiali, olimpiche, allenatori e dirigenti di federazione».
Mi avvicino ad un gruppo di ragazzini, di 15 e 16 anni che, assistiti da Aldo e Giulia, stanno tirando. L’allenatore, quasi sussurrando, corregge, consiglia, incita. E così, scagliando frecce, Gabriel De Toffoli, Matteo Susana e Mattia Mazzucco hanno vinto la medaglia di bronzo al campionato italiano.
Ragazzi, congratulazioni! Come ci si sente ad essere saliti sul podio ai campionati italiani? «Bene! Non ce lo aspettavamo, ma sapevamo che ce la potevamo fare. L’allenamento è stato premiato. Abbiamo tirato a sessanta metri all’aperto, ma avevamo le braccia e la concentrazione per farlo ed è andata bene».
Cosa vi ha spinto a scegliere questo sport? «Si fa poca fatica! Bhè, insomma, rispetto agli sport tipo atletica o calcio. Però qui la fatica è di testa: l’arco richiede una tecnica molto precisa, ti abitua a pensare alle conseguenze del tuo gesto, è un ripetere e non farsi distrarre, sembra facile ma non lo è. Io mi sento libero», mi racconta Gabriel: sulla sua carrozzina è un atleta attenzionato dalla nazionale giovanile olimpica e paralimpica.
Altri tre atleti si avvicinano sorridendo. Loro sono arrivati sesti, ma non è molto che tirano e hanno lavorato molto per qualificarsi. Cosa vi è piaciuto di più dell’esperienza campionati italiani? «Il silenzio e l’armonia di atleti, dirigenti, allenatori, staff, anche in una gara così importante. Il tiro con l’arco è uno sport che, nel silenzio, ti fa fare molte amicizie. Io ero in paglione (cioè in gruppo di tiro) con un siciliano e ce la siamo raccontata tutto il tempo!».
Intanto, gli arcieri continuano con il loro rito: incocca, tendi, prendi la mira, tira, aspetta, osserva. Pare impossibile che in un gesto così semplice ci siano tante competenze e tanta determinazione. É con queste qualità che gli Arcieri del Piave hanno organizzato a dicembre la Coppa Italia Centri Giovanili, che ha ospitato nella nostra città 112 atleti dai 12 ai 18 anni provenienti da tutt’Italia. Si sono piazzati ottavi ma la cosa più importante, oltre all’aspetto agonistico, era che qui era concesso il tifo e hanno avuto… un tifo da stadio!