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Antonioo Cambruzzi

La vita dell’uomo di cultura feltrino

Antonioo Cambruzzi

La vita dell’uomo di cultura feltrino

Questo mese ci troviamo nella piazza che si trova sul retro del Duomo di Feltre, dove – nel lato sud – si trova anche il cinema della città. La piazza è intitolata ad Antonio Cambruzzi. Ma chi era quest’uomo di cultura feltrino?

Antonio Cambruzzi nacque il 26 gennaio 1623. La madre, Maria Cecilia, era la seconda moglie di Giacomo fu Bernardo Cambruzzi. Divenne sacerdote e francescano conventuale. Nel Capitolo dei Minori Conventuali dell’anno 1662 venne eletto provinciale e di questa elezione si congratulò con lui il Vescovo di Padova, Giorgio Cornaro, che gli inviò una lettera.

Cambruzzi resse la Provincia fino al 1665 e in seguito si trasferì a Feltre nel convento di Santa Maria del Prato. Fu allora probabilmente che si dedicò alla ricerca di documenti nelle biblioteche, in archivi pubblici e privati e tenne conto della tradizione orale. Il suo intento fu quello di scrivere una storia di Feltre nel modo più accurato possibile. Naturalmente non potè avere fonti letterarie diverse da quelle del suo tempo, che oggi paiono superate almeno per quanto riguarda le origini della città, ma per i fatti successivi il suo lavoro può essere considerato il più ampio, approfondito e credibile fra quelli a disposizione degli studiosi.

Anche gli storici contemporanei non prescindono dal suo scritto e spesso partono proprio da qui per ulteriori ricerche. Lo storico tedesco Theodor Mommsen (1817-1903) lo lesse per sapere quali lapidi romane fossero state rinvenute a Feltre e lo trovò utile. Oggi possiamo ancora valutare ottimamente la trascrizione dei testi, poi scalpellati, delle pietre affisse sui muri della città. I turisti, colpiti dal numero delle lapidi ormai illeggibili, chiedono due cose: chi dette l’ordine di distruggerne il contenuto e che cosa mai ci fosse scritto. Ecco allora che l’intelligente e certosina ricerca del Cambruzzi potrebbe tornare molto utile anche ai nostri giorni.
Interessante poi un fatto inaspettato che accadde, a un certo punto, nella tranquilla vita del frate. Ne abbiamo notizia dalla lettera, trovata e letta da Gianluigi Corazzol, che il podestà Pietro Zenobio inviò ai capi del consiglio dei dieci sull’avvenimento (Archivio di Stato di Venezia, consiglio dei dieci, lettera di Rettori ed altre Cariche, busta 160 lettera 88, 3, 11, 1684): « … nel convento dei padri di S. Maria del Prà, sessuagenario e malato fu ucciso probabilmente da frà Giuseppe laico tedesco. Che lasciò, fuggendo, la propria camicia insanguinata sopra il proprio letto… (sul corpo si trovarono) 24 ferite d’arma di punta, scavezzata la gamba sinistra e una contusione sopra la fronte…».

L’ultima data che compare nel manoscritto è il 1680. Il denaro non si trovò più e il manoscritto giacque per secoli nella biblioteca del Seminario Vescovile. Monsignor Giovanni Battista Zanettini nell’Ottocento, capendone l’importanza, decise di stamparlo. Opportunamente divise l’enorme massa del testo in capitoli e paragrafi. Scrisse una introduzione e… morì. Fu il suo discepolo Antonio Vecellio che riuscì a pubblicare nel 1873 l’opera e che anzi la completò fino ai suoi giorni (c’è qualche differenza a volte nel testo).

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