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Alfredo Dalle Mule da S. Giustina

La storia non esiste se non c’è nessuno che la racconta

Alfredo Dalle Mule da S. Giustina

La storia non esiste se non c’è nessuno che la racconta

Sono cresciuta con questa figura importante, che mi ha accompagnata per molti anni: a volte silenziosa, a volte dura, ma sempre preziosa. Questo uomo alto dagli occhi azzurri come il mare, che il mare però non lo aveva mai visto. La sua erre moscia era divertente e lo rendeva unico ma unico lo era davvero, era un figlio di questo paese. Sono sicura che tutti avranno nel cuore un suo ricordo. Io lo chiamavo zio, ma per tutti voi era Fredo: Alfredo Dalle Mule “al bechin de Santa Iustina”. Sono certa però che poche persone conoscano la sua vera storia.

Alfredo è stato deportato, internato ed è sopravvissuto al campo di concentramento. Lui che della morte, per prenderla in giro, ne aveva fatto un lavoro, diceva sempre che “bisogna aver paura dei vivi e non dei morti”. Portava invece in lui un peso inimmaginabile per tutti: convivere una vita intera con gli orribili demoni di un lager.

Mio zio era del ‘21 ed era il quinto figlio di dieci fratelli, per questo motivo era stato esonerato dal servizio di leva con un congedo illimitato ma provvisorio. Alfredo lavorava a Torino in una fattoria quando ricevette la chiamata alle armi nel maggio del ’43, era stato assegnato al Primo Regimento Granatieri di Roma; lui era alto con un fisico perfetto.

Il 14 luglio 1944, quasi un anno dopo la caduta del Fascismo in Italia, Alfredo viaggiava a bordo di un treno affollato. Improvvisamente, il treno venne intercettato dalle truppe tedesche e tutti i passeggeri vennero fatti prigionieri.
Mio zio è stato portato in un campo di concentramento nella Germania centro occidentale, nella regione federale di Assia; il lager era nella grande città di Kassel, si chiamava Stalag IX A. Gli Stalag erano dei campi di detenzione per sottufficiali e soldati.

Da quel momento iniziò il suo inferno, quel timbro a fuoco lo distrusse dentro e fuori. Alfredo è sempre stato molto restio a raccontare quello che è successo in Germania ma quando lo faceva parlava urlando:
“C’era l’appello al mattino – ricordava – e, se il lavoro del giorno prima non era stato svolto come le guardie volevano, veniva scelto a caso un numero; quel numero serviva per un’orribile conta delle persone: tutti quelli che nella fila rappresentavano il numero chiamato venivano uccisi con un colpo di pistola alla testa”.

Mio zio piangeva quando raccontava questa cosa, non si dava pace e si sentiva in colpa, avrebbe voluto essere lui a fare quel passo avanti e diceva: “Almanco ere mi, fora al dent fora al dolor e inveze mai, sempre i altri”.

Un anno prima la città di Kassel fu rasa al suolo dai bombardamenti britannici; il lavoro di quei deportati guardati a vista dalle SS armate era quello di liberare la città dalle rovine dei bombardamenti e ripristinare la ferrovia danneggiata. Alfredo lavorò anche in una delle due fabbriche belliche scampate al bombardamento. Le porzioni di cibo erano scarsissime, le ciotole venivano riempite con una brodaglia con dentro del riso, mio zio non ha mai più accettato di mangiare riso. Raccontava sempre, lui che amava gli animali, come un topo, un povero cane o un gatto diventassero preziosi per la sopravvivenza, anche i ragni ed altri insetti venivano mangiati “se no te olea morir de fam”.

I vestiti venivano tolti ai morti e indossati a strati dai vivi, il freddo era terribile e lì mio zio si ammalò ai polmoni. Mi ricordo quando tornava a casa a Lasserai dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, iniziava a raccontare e a piangere disperato, diceva che nel campo erano arrivati anche dei bambini, ma di quello non volle mai parlare. Si metteva le mani sulla testa quasi a tenere dentro quei terribili ricordi e, piegato in due dal dolore, si rinchiudeva in camera e lì stava per giorni senza mangiare espletando le sue funzioni corporali in un secchio. Urlava parole anche in tedesco ed entrava in un delirio dove nessuno poteva fare niente per lui; tutti i mostri del campo di concentramento erano intorno al suo letto e lui si difendeva rimanendo sotto le coperte, anche in estate usava una trapunta di lana, solo così sentiva il caldo dentro di sé.

Nel ‘45 iniziava la primavera nel lager; nel cortile al mattino c’erano meno persone da contare, Alfredo invece contava il numero di pantaloni e maglie che aveva addosso, ognuno dei quali era stato di una vita che non esisteva più, ne rimaneva soltanto ľ odore del sangue… mio zio non aveva più paura di morire, aveva paura della vita.

Il primo aprile del ‘45 era Pasqua, ma nessuno lo sapeva; la vita di tutti loro stava per cambiare: le truppe alleate americane, sfondando i fili spinati, entrarono nel campo ridando a quelle creature la libertà. Alcuni scapparono di corsa, Alfredo e gli altri stremati dalla prigionia e dalle malattie vennero caricati sui camion americani e portati negli ospedali, mio zio ci restò per quattro mesi.

Ritornò a casa distrutto, affetto da enfisema e tubercolosi polmonare e riuscì a rimettersi in piedi solo dopo tre anni.

Ho scritto questa storia con il cuore, la sto offrendo al mondo affinché tutti conoscano la vita del Soldato Granatiere Alfredo Dalle Mule mentre, aiutando la nostra patria, fu deportato in un lager tedesco. Ciao caro zio Fredo dagli occhi azzurri e dal cuore buono, ora sei lassù con la tua famiglia e con i giusti immerso nell’amore.
La tua bambola Mara.

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