Primogenito di Giambattista, originario dell’Armenia, e di Antonia Alpago, Alessandro Seffer nacque a Belluno nel 1831. Il precoce talento nella pratica del disegno gli consentì di diplomarsi brillantemente a Venezia e di insegnare presto la disciplina nelle scuole di Belluno e nella città lagunare. La serietà e il talento gli permisero negli anni di conseguire importanti riconoscimenti e menzioni in ripetute occasioni, in Italia e all’estero, formando altresì non pochi allievi che seppero a propria volta segnalarsi in concorsi e manifestazioni di interesse artistico (a Londra e Parigi) riconoscendo in lui un validissimo maestro.
All’amore per il disegno Seffer seppe coniugare una prolifica attività di pittore, raccogliendo attorno a sé una nutrita schiera di avveduti collezionisti ed estimatori delle sue grandi o piccole tele.
I soggetti delle sue opere possono essere raccolti, sostanzialmente, in quattro filoni principali: le vedute, i paesaggi, i ritratti e le scene di genere. L’artista maturò con gli anni uno stile personalissimo, dove gli echi dei grandi del passato (Ricci e Zais nel Settecento, ma anche i moderni Ciardi, Favretto e Caffi) si fondevano con le sue pacate elaborazioni, frutto di instancabili ricerche personali, rifuggendo sempre una sterile imitazione di comodo.
Amò sempre la sua città natale alla quale dedicò importanti tele, con scorci e vedute illuminati da una luce tersa ma mai abbagliante, fissando con i pennelli momenti e vicende degni di interesse storico come l’Esposizione del tricolore a Belluno, oppure Il saluto dei sovrani d’Italia (1903).
Ma il suo estro seppe fermare per sempre, da solerte e distaccato cronachista, anche i danni del violento terremoto del 1873, regalandoci altresì le più suggestive ed ampie vedute di Piazza Campitello (oggi dei Martiri, prive degli attuali giardini).
Tuttavia, le tele nelle quali seppe eccellere in modo particolare, per cui ancora oggi è ricordato, furono le vedute e i paesaggi delle amate montagne bellunesi, nelle quali attraverso un pacato realismo volle restituire la palpitante atmosfera dell’aria in scorci di incantevole bellezza – fra ruscelletti laghi e maestose cime – toccando in taluni casi vertici di puro lirismo, mediante la vaghezza del suo colorire.
A fianco delle disagevoli salite alpestri, Seffer tradusse anche l’armonia degli orizzonti della marca trevigiana, ove spesso si recava, puntellati da esili ed eleganti betulle, resi a volte con tocco vibrante e impressionista, talaltra con fare macchiaiolo.
Non di meno a Venezia il nostro artista si rifugiava appena poteva per trarre ulteriore ispirazione in quella città da sempre crocevia di cultura e arte, trovando nuova linfa e vigore al proprio estro creativo: lì sono nate tele che hanno fissato poetici scorci di ombrose calli e silenzi claustrali, alternati a scintillanti specchi d’acqua della laguna sui quali scivolano con lentezza piccole barche di pescatori o più grandi velieri.
Il suo stile seppe evolvere nei decenni declinandosi in un ventaglio di forme espressive, e tecniche esecutive, davvero sorprendenti, proprie di un grande artista quale egli fu. Nei suoi dipinti l’artista inserì spesso piccole figure che non sono mere comparse ma presenze funzionali a restituire una multiforme umanità, a cui Seffer prestava grande valore e attenzione, che si trattasse di eleganti borghesi al pari di umili popolani. Seffer si spense il 29 maggio 1905, dopo una lunga malattia.