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Alessandro Casol

una profonda connessione con il suono

Alessandro Casol

una profonda connessione con il suono

«Vedevo sei corde su un pezzo di legno, invece di un pezzo di legno con sei corde» Questa è la frase che mi è rimasta più impressa ascoltando parlare Alessandro, mentre mi racconta della sua storia come musicista e compositore.

Come è iniziata la tua avventura con la musica?
«Mio padre era un collezionista di dischi, quindi ho iniziato già da piccolo ad ascoltare molta musica. In seguito mia zia, vedendomi molto attratto dal vecchio pianoforte a casa dei nonni su cui componevo alcune canzoni, ha intuito che potevo essere portato per la musica. Così ho iniziato a prendere lezioni di chitarra a otto anni. Da subito mi sono appassionato allo strumento, nonostante la mia timidezza, soprattutto a lezione con il maestro. Il momento migliore, infatti, era quando esploravo lo strumento per conto mio, provando a replicare le melodie dei dischi che ascoltava mio padre. In seguito ho studiato, come secondo strumento al liceo musicale, la batteria e ho iniziato ad appassionarmi alle percussioni».

Hai un modo di suonare la chitarra che non avevo mai visto. Ha un nome specifico? Come l’hai scoperto?
«In quarta superiore ho trovato online un video di Jon Gomm “Passionflower” e ho aperto gli occhi sulle possibilità della chitarra acustica, iniziando a sfruttare tutta la superficie, i suoni e le accordature disponibili. Con la tecnica denominata Percussive Fingerstyle la chitarra viene quindi utilizzata sia come strumento a corda sia come strumento a percussione».

(Difficile da spiegare per chi magari non è molto affine agli strumenti musicali, ma basta sentire un brano di Alessandro per capire al volo di cosa sta parlando). Quando hai realizzato di voler intraprendere la carriera di musicista?
«Ho sempre avuto tanti pensieri sin da giovane sulla vita e sulla morte e mi rendevo conto che suonare mi faceva sentire vivo e allontanava le paure, mi dava la possibilità di esprimermi al meglio e comunicare ciò che a parole mi veniva difficile per via della mia timidezza. Il momento in cui ho deciso di prendere sul serio la carriera di musicista è stato durante un viaggio in solitaria verso la Spagna durante il quale ho vissuto alla giornata suonando per strada».

L’aspetto migliore e quello peggiore del tuo lavoro?
«Per me la parte migliore è creare un momento di profonda connessione con il suono sia per me sia per chi ascolta, quando sento di essere un mezzo attraverso il quale si manifesta qualcosa di più grande. Adoro anche vedere le reazioni dei bambini, che mi guardano con le loro facce curiose mentre suono per strada. La parte peggiore è sacrificare molto tempo lavorando in studi di registrazione o come produttore trattando la musica in modo oggettivo e rischiando di perdere la parte emotiva e soggettiva della composizione in sé».

Quale luogo/persona/situazione ispira maggiormente la composizione dei tuoi brani?
«Quando sono da solo in viaggio o in un luogo naturale. Improvviso e riconosco le frasi musicali che mi parlano, il giro di accordi che mi prende, il ritmo di percussioni che mi fa venire in mente qualche idea. E mentre il brano prende forma comprendo il senso di ciò che significa per me».

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