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Al funeral

nel recente passato

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Den… den… den… Suonano i mesti rintocchi della campana “medana”, la Eurosia, per annunciare ai parrocchiani l’avvenuta morte di un compaesano. Questi battiti, tutti della stessa intensità e scanditi in una sequenza precisa come un orologio svizzero, erano i “bott” e facevano capire alla gente che li ascoltava se era morto un uomo o una donna; trenta per una donna e trentatre (come gli anni del Cristo) per un uomo: battiti che mettevano subito tristezza perché facevano capire che, al di là del ceto sociale, del giovane o del vecchio, dell’uomo o della donna, un’altra piccola parte del paese e della nostra storia se n’era andata per sempre.

Poi seguiva l’interesse per sapere di chi si trattava: se un vecchio o un giovane, se qualcuno del paese o magari qualche emigrante morto sul lavoro, in qualche cantiere; era importante saperlo per poter essere vicini alla famiglia, per poter partecipare al dolore dei parenti, per rincuorarli e dare loro il coraggio necessario in quei momenti tristi.
Poi, dopo un giorno o due, il funerale; ed allora i fabricieri organizzavano la procedura per l’accompagnamento del defunto dalla casa della famiglia alla chiesa e poi al cimitero.

E qui (cosa che al giorno d’oggi fortunatamente non si usa più ) purtroppo si potevano notare le differenze dei vari ceti sociali; infatti i funerali potevano essere celebrati in diverse forme a seconda della disponibilità economica (o magari qualche volta voluta) della famiglia.

Il funerale poteva essere celebrato in “prima”, “seconda” o “terza” (categoria) e si differenziava dai vari servizi che venivano messi a disposizione per l’accompagnamento della salma e nella celebrazione della messa.

Quando il funerale era di “prima”, nella chiesa veniva preparato il “catafalco”: nel massimo della sua conformazione, veniva montato su tre piani, con angoliere sui quatro lati in basso, rivestimenti in velluto sulle colonnette laterali, tutte le bordature finemente lavorate poste a pendente sulle travature di copertura, il telo di copertura per la bara e infine, sulla cima di queste travature, veniva posta una croce che arrivava a pochi centimetri dal lampadario centrale. Per montare il “catafalco” in tale conformazione ci volevano diverse ore con tre o quattro persone impegnate. A volte la santa messa era concelebrata da piu sacerdoti a seconda di quanto era conosciuto il defunto.

Durante la celebrazione del rito funebre era prevista la partecipazione del coro parrocchiale che accompagnava il defunto con canti sia durante il corteo funebre dalla casa alla chiesa fino al cimitero sia durante la celebrazione della messa con tanto di musica con l’organo. Inoltre per la processione era previsto l’utilizzo di tutti gli accessori del caso: il pennello (stendardo funebre), le torce e la croce oltre alla portantina che veniva portata (a spalle) presso la casa del defunto. Per il trasporto della bara in genere se ne occupavano i parenti o amici dei famigliari (allora non esistevano carri funebri e tanto meno i portantini delle pompe funebri) e questo non costava niente alla famiglia.

Il funerale in “seconda” era già piu povero: il “catafalco” era costruito solo su due piani, senza nessun rivestimento in velluto, bordature ed ammenicoli vari; veniva usato il telo di copertura della bara ed il coro (ridotto) era presente per i soli canti in chiesa, per la processione erano usate solo le torce e la croce. Solo in pochi casi veniva celebrato il funerale in “terza” ed in tal caso il “catafalco” era limitato ad un solo piano; non vi erano cantori se non solo i fedeli che accompagnavano con qualche canto la cerimonia funebre e nella processione era utilizzata la sola croce.

Quando il funerale era in “prima” noi chierichetti facevamo a gara per trovarci per primi in sacrestia per poter scegliere cosa portare durante la processione in quanto ogni “pezzo” aveva un suo prezzo: lire 40 per la portantina, lire 25 per il pennello, lire 20 per le torce e lire 10 per la croce. Bisogna pensare però che questo servizio consisteva nel portare tale pezzo non solo nel tragitto casa-chiesa-cimitero, ma anche dalla chiesa alla casa e lascio a voi immaginare cosa voleva dire quando il defunto si trovava magari a Paluch o nella parte alta di Roncoi, senza contare quel poveraccio che si doveva caricare la portantina!
Sicuramente i tempi sono cambiati e questa forma poco rispettosa nei confronti dei nostri cari è cambiata: che almeno l’estremo saluto sia uguale per tutti!

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