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Al Canton dei Bekanot

te scrive doi righe

Al Canton dei Bekanot

te scrive doi righe

Quante volte nelle lettere di un tempo si iniziava così: “…ti scrivo due righe …”. Chi scriveva era quasi sempre gente lontana da casa che cercava di colmare la distanza ed il vuoto della “non presenza” con delle semplici parole. Il vuoto, vuoto nel proprio cuore, nel cuore dell’amata, dell’amato, di un parente, di un amico, di un figlio o marito lontano. La scrittura, per un momento, donava serenità e lasciava, appunto, il cuore in sospeso in attesa della risposta. Cose di un tempo che avevano un… tempo lungo, dilatato, non frettoloso. Tempo che lasciava le emozioni impregnassero, dei loro colori chiari e scuri, la mente e l’anima di chi scriveva e di chi aspettava. Ora non è più così, tutto deve essere fatto e consumato in fretta.

Per questo abbiamo pensato di rivolgere ai lettori “doi righe” de pensieri mandati a gente distante, ma che sentiamo amica e vicina: i lettori de “Il Veses”. “Doi righe” per cercare di unirsi e non disgregarsi che, pensiamo, potrebbero essere anche un ottimo augurio di Buon Anno !!

Ah, dimenticavamo! Le “doi righe” possono essere lette dal sot in su o dal sora in do. Fate voi, sono solo pensieri staccati che non hanno una fine ed un inizio. Se volete potete mandare due righe a info@ilveses.com. Ci sentiremo tutti più vicini e vi risponderemo, come si faceva una volta: con calma e con il cuore. Solo una raccomandazione: devono essere… due righe!

  • Te dea fora le carte co le gambe incrosade una par metà sot la tola e quel’altra butada de là. La schena piegada. Na man poiada te la tola.
  • Vardandose pian tei oci avon olsà fin a rivarghe, a furia de dai.
  • Se te la vedese ades: bela, grandeta, contenta, co i oci sempre vispi e qualche olta strachi, i pensieri come an buligar de semenze.
  • Ades, pì che na olta, me piase vederte contenta. Fursi no son stat sempre come che te olea ti. Ho fat quel che ho podest.
  • Al bosc, e al bocia, i ghen fa de tuti i colori.
  • Me pias partir bonora. Al paese vodo e medo indormenzà. La casa vecia dove che son nasest in medo ale stofe. La vide tel mur. Al figher.
  • Al dì de festa me tire da corsa e dopo canton, e balon, fin che catarò quela co i oci giusti.
  • Avee sempre, de istà, i denoci scusadi. La pus che gnea fora. De inverno i diaolin te le man. Le taiole come sfese rosse de vita.
  • Parché no dovarie fermarme a leder le pigrafe? …. i le met là aposta.
  • An ciodo che gnea for de sot al quert, la tentazion de spunciarme la testa no so parché. Na riscia longa gnesta fora dai cavei dopo ani.
  • Parché al cous-cous, se lo fa an belumat, nol pol gner bon.
  • Na sera, l’ultima, te ho parlà, ho dita na orazion. No te me sentia pì, ma dai to oci seradi na lagrema la me ha saludà.
  • ….

Toca a voi e Bone Feste ! Ste pulito!

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