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Adriano Alpago Novello

Ritratto del celebre accademico e storico dell’architettura

Adriano Alpago Novello

Ritratto del celebre accademico e storico dell’architettura

Ci siamo conosciuti nell’ottobre del 1960.A quell’epoca Adriano, giovane architetto sposato da appena un anno, stava completando il suo libro “Ville e case dominicali della Val Belluna” e insegnava al Politecnico di Milano come assistente volontario. Abitava con Gabriella a pochi passi dall’Arco della Pace, non distante dalla casa di via Melzi d’Eril, progettata da suo padre negli anni Trenta dove, oltre alla residenza familiare, Alberto (laureato in architettura al Politecnico ma anche all’Accademia di Belle Arti di Brera) aveva trasferito il suo studio di architettura e d’arte.

Non aveva previsto allora, Adriano, che di lì a pochi anni, con la nascita della sua seconda figlia Chiara, il piccolo appartamento in via Canonica sarebbe risultato troppo stretto e la famiglia avrebbe deciso di trasferirsi al completo nella grande casa di via Melzi d’Eril, dove, fra spazi privati e zone condivise, si sarebbe intrecciata per oltre vent’anni la vita delle due famiglie. Alberto, ormai ultrasettantenne, aveva alle spalle una lunga carriera, con collaborazioni importanti, incarichi pubblici, pubblicazioni, esposizioni e progetti che spaziavano dall’urbanistica all’architettura alla progettazione di monumenti commemorativi.

Il legame con Belluno
Se la sua casa era a Milano e il lavoro lo aveva portato a viaggiare spingendosi fino alle colonie del nord Africa, il suo cuore rimaneva profondamente bellunese. A Belluno nel 1936 era stato inaugurato il suo Palazzo delle Poste, e dello stesso anno era il piano regolatore cittadino, progettato con Cabiati e Adriano Barcelloni-Corte, appena diventato -quest’ultimo- padre di Gabriella, futura moglie di Adriano. Nonostante gli impegni milanesi la casa di Frontin, dove Alberto si era trasferito con moglie e figli durante gli anni della seconda guerra mondiale per poi tornare alla vita metropolitana, rimaneva un punto di riferimento irrinunciabile. Col sopraggiungere dell’estate, terminati gli impegni scolastici, le due famiglie si trasferivano nella vecchia casa, dove il gruppo si allargava accogliendo anche Luisa e Licia, le due sorelle di Adriano, con relativi mariti e figli.

E mentre Alberto, che negli ultimi decenni aveva progressivamente rafforzato il suo interesse per lo studio, la scrittura, la storia e l’archeologia bellunese, si ritirava nel suo studio con biblioteca per scrivere, studiare, disegnare e intrattenersi con i colleghi, Adriano, armato di macchine fotografiche e blocchi d’appunti, perlustrava ogni angolo della Valbelluna per scoprire e censire le cosiddette “architetture minori”, che per lui minori non erano affatto. Nasceva così, nel 1964, la mostra, con relativo catalogo “Val Belluna, Case nella Campagna”, seguita, nel 1968, da “Ville della provincia di Belluno”. Intanto, a Milano, in via Melzi d’Eril, era nato anche Alberto, terzogenito ed attesissimo maschio, Adriano era stato assunto come docente di Storia dell’Arte e Storia e Stili dell’architettura presso la Facoltà di Architettura del Politecnico e aveva aperto il suo ufficio in quello che era stato del padre, ormai sempre più dedito allo studio e alla ricerca.

I molteplici interessi
Adriano era curioso, e guardava lontano. Era convinto che dietro le forme e le pietre di un’architettura ci fossero gli uomini e le loro storie. Storie da tutelare, da scoprire e da valorizzare.
Per questo la sua attività andava concentrandosi sempre più sul restauro da un lato, sulla ricerca dall’altro. Per questo per lui una villa era tanto importante quanto una casa contadina, una chiesa sperduta sulle pendici dell’Ararat o in un deserto siriaco. Cominciavano verso la fine degli anni Sessanta le sue missioni in Armenia, seguite da quelle in Georgia, Siria ed Iran. E mentre si moltiplicavano pubblicazioni, convegni, mostre, lo studio di via Melzi si trasformava in “Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena” e la casa diventava un porto di mare, dove si avvicendavano professori universitari, apicoltori iraniani, spie turche, magnati russi, artisti e studiosi di ogni genere; dove si aprivano valige piene di colori e profumi, vesti e gioielli, oggetti sconosciuti; dove si esploravano sapori, musiche ogni giorno diverse; dove si cresceva scoprendo che il mondo è grande e piccolissimo allo stesso tempo, e che la curiosità non può che andare a braccetto con l’amore. Ma tutto ha un tempo, e con la morte di Alberto, novantaseienne, nel 1985, la famiglia ha deciso di tornare a Belluno. Ottenuto il trasferimento di Adriano presso l’università Ca’Foscari e traslocato a Venezia anche il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, si è spostata -un po’ alla volta- l’intera famiglia. Il papà e la mamma, morti rispettivamente nel 2005 e nel 2016, sono seppelliti, con Alberto, nella tomba di famiglia progettata dal nonno stesso per il cimitero di Feltre. Io sono Claudia, figlia di Adriano e nipote di Alberto, nata nel 1960.

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