Energia, determinazione, forza di volontà: caratteristiche che fanno di Adriana una sorta di tipico esempio di donna bellunese, fortemente basata sull’onestà intellettuale delle proprie azioni e sulla fierezza di averle portate fino in fondo. Bellunese è anche la sua grande umanità caritatevole a servizio del prossimo, specie se anziano o con difficoltà fisiche. Potremmo chiudere così il racconto di Adriana, perché avremmo detto tutto, invece no.
Adriana – nipote di Arcangelo Buzzatti di Sospirolo e figlia di Guerrino “dei Grec”, che a sei anni fu colpito da poliomielite, ma che non gli impedì di realizzarsi come impresario – nasce in una famiglia numerosa e povera. A 10 anni viene già mandata a lavorare a Pistoia, al Bar Veneto in Corso Italia, assieme alla sorella Valeria di 13 anni. Adriana conosce Finno Caldart di Maras, che fece fortuna in Africa come costruttore, e la assume come domestica. Caldart aveva costruito delle palazzine a Bolzano e a Ospedaletti, vicino Sanremo; si spostava tra le due località seguendo gli affari. «L’avea ‘na Maserati, a quei tempi!», commenta ridendo Adriana.
DISCRIMINAZIONE
A Bolzano fu discriminata per la lingua. Il panettiere rifiutava di darle il pane. «Nain, nain! Mars!». Così, chiese a Finno di comprarle un vocabolario di tedesco, studiò le parole principali e all’indomani si presentò dal rigattiere: «Guten Morgen. Eins, zwei, drei Brote, ein Liter Milch. Auf Wiedersehen!». Finno si congratulò dell’intraprendenza, ma volle farla studiare ancora, completare la quinta, poi le medie e infine il corso di infermiera. «Mio padre aveva preso un grande lavoro di ristrutturazione del cimitero di Campolongo, allora aveva 25 operai tutti assicurati, e io lavoravo a far da mangiare a tutta la ditta». In quel contesto conobbe il marito Fiore Grandelis e a 19 anni, nel 1970, si sposò ed ebbe due figli. Grazie al diploma di infermiera, faceva assistenza domiciliare. Poi, prese la patente e una Fiat 126, entrò in ospedale ad Auronzo, poi a Pieve di Cadore e Cortina. Arrotondava facendo altri lavoretti per mandare avanti la famiglia e far studiare i figli. Il marito faceva il fuochino nelle miniere di Salafossa a Presenaio dove ancora, a quei tempi, si estraevano piombo e zinco. Quando nel 1986 le miniere furono dichiarate pericolose, Fiore faceva la guardia giurata, ma era già ammalato.
ADRIANA, COLF DI PAPA WOJTYLA
Giovanni Paolo II arrivò a Lorenzago l’8 luglio 1987 per poi tornarvi altre cinque volte, fino al 1998. Cercavano una persona che potesse curare l’alloggio del papa durante la permanenza. Chiamarono all’ospedale di Pieve e Adriana si offrì. «Rivada, ho fat tut quel che mi ha dit; al let, netà, spolverà, tira al straz; e po lu l’era sentà de fora su na bancheta de cemento; ghe ho dit al papa: “Venga via, si metta in una di legno, che là si prendono i reumi!”. E se son fermadi là a parlar, quasi an ora. E ghe ho domandà: “Quando dislo mesa in Valvisdende che ghe n’è tan posto?”. Lu al ha dit de sì, ma al volea che anca mi ‘ndese. Mi ghe ho spiegà che la domenega lavorée in ospedal! Satu che quela domenega l’ha mandà an autista a ciorme al Ospedal de Pieve? E quando che on finì de parlar, al me ha regalà sta corona del rosari in argento!».
HO SALVATO LA MIA FAMIGLIA
Un fatto increscioso subìto dalla famiglia ha caratterizzato gli anni successivi per mano di alcuni truffatori con il solo fine di spillare denari. Ma la forza di una donna, che crede nei valori dei suoi cari e nella verità, può far ribaltare a proprio favore un destino a prima vista segnato. Non è costato poco riportare la verità a galla, ma… «Mi e i me fioi, podon andar in giro a testa alta e vardar la gente direta sul muso!».