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A proposito di Bruno Milano

Un maestro con un’indiscutibile personalità

A proposito di Bruno Milano

Un maestro con un’indiscutibile personalità

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a sera del 12 ottobre 1991 pioveva a catinelle; avversa coincidenza era inoltre, alla stessa ora, un importante incontro della nazionale di calcio e le aspettative di partecipazione all’iniziativa erano ridotte al lumicino.Si trattava dell’inaugurazione della “Rassegna di autori feltrini” che si sarebbe tenuta al Fondaco delle Biade con me, Gianfranco De Nato, Paolo Tempera e Nunzio Gorza. Nonostante  l’infausta congiuntura degli eventi, il Fondaco si riempì ben presto di amici, appassionati d’arte e visitatori.

Con questa rassegna la storica sede del Fondaco era diventata un animato punto di incontro di appassionati d’arte in quegli ultimi scorci della feconda, ma ormai declinante, stagione artistica feltrina del dopoguerra.

Tra i tanti visitatori, fra le visite più gradite c’era quella del maestro Bruno Milano che la sera, alla fine della giornata lavorativa nel suo studio di via Mezzaterra, si incamminava verso casa e, passando davanti al Fondaco, si fermava sovente per un breve saluto. 

Nonostante l’importanza di Tancredi e di altri valenti pittori, ho sempre ritenuto Bruno Milano l’esponente più significativo del cenacolo feltrino e, anche prima di conoscerlo personalmente,  nutrivo verso di lui un certo timore reverenziale motivato sia dalla valenza artistica che dal suo ruolo di direttore della galleria d’arte “Al Sole”. Avevo da qualche anno concluso alcuni studi universitari a indirizzo artistico ed era per me grande motivo di orgoglio potermi confrontare, sebbene fuggevolmente, con lui sui temi allora molto dibattuti sul ruolo e la funzione dell’arte.

Una sera la visita del maestro si protrasse più del solito; era in mostra con me mia figlia più piccola, Serena, e Milano, su un foglio di carta con un rapido abbozzo a carboncino, le fece un ritratto. 

Quando giunse il momento della chiusura mi disse che aveva in studio un pannello di grandi dimensioni.  Voleva dipingere la scena di un cantiere edile e mi chiese se volevo andare nel suo studio per aiutarlo nella realizzazione. La richiesta mi lasciò alquanto sorpreso e, dopo un breve momento di imbarazzo, risposi dicendo che sarebbe stato per me un grande onore, ma che avrei potuto svolgere al massimo le mansioni da garzone di bottega.

Fu così che iniziò questo rapporto sodale che continuò ininterrottamente fino al 2 novembre 2001, giorno in cui il maestro venne a mancare nella sua casa museo in Feltre vecchia. La sua piccola residenza, situata sotto il castello di Alboino, era un quotidiano salotto culturale della città. Il maestro giustificava scherzosamente ad ospiti ed amici la presenza del sottoscritto, considerando che la mia esuberanza fisica gli consentiva di evitare l’uso della scala quando aveva necessità di spostare qualche quadro fra i più alti appesi alle pareti. Cosa che in effetti accadeva con una certa frequenza, essendo queste rivestite con opere appese in ogni dove a mo’ di mosaico, e alcuni quadri erano appesi anche alle porte.

Possedeva anche una ricca collezione di autori importanti, per la maggior parte si trattava di pittori amici con i quali aveva fatto i classici scambi fra colleghi. Fra i tanti spiccavano nomi come l’amico Rognoni, Parmeggiani (sia Tancredi che il fratello Romano), Treccani, Tosi, che riteneva il suo maestro, Murer, Tono Zancanaro, Guttuso, e tutta la serie dei pittori che aveva fatto conoscere a Feltre come direttore della storica galleria “Al Sole” dei f.lli Possiedi.

Fra tutti io ricordo con particolare intensità un piccolo quadro con figura di Mario Sironi, un paesaggio senese dipinto su intonaco da Gianni Palminteri e un notevole disegno di due cavalli di Renato Soppelsa. 

Molto avrei da raccontare ancora sulla straordinaria esperienza di frequentazione di una così altrettanto straordinaria personalità, ma so che sto abusando oltremisura dello spazio consentitomi.

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