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A giorgio Fornasier il premio san martino 2023

perché "quello che fai, resta".

A giorgio Fornasier il premio san martino 2023

perché "quello che fai, resta".

Giorgio Fornasier è il Premio San Martino 2023. Un riconoscimento ad una vita dedicata al dono della musica come strumento di crescita della persona. A portare le profonde radici della cultura popolare bellunese e veneta nel mondo.

All’impegno per sensibilizzare verso le malattie rare. E la lista dei motivi potrebbe continuare ancora. Un premio inaspettato e accolto con commozione. Perché «quello che fai resta», si potrebbe dire, prendendo in prestito alcune sue parole.

Il musicista e cantautore – nato a Belluno, piazzetta Santo Stefano, 76 anni fa, ma limanese da 40 – ha dato l’addio alle scene con l’evento dell’Auditorium Canossiano dello scorso 11 marzo. Con l’ultima replica del concerto sulla storia dei Belumat, per omaggiare Gianni Secco. Così da chiudere a cerchio un’avventura iniziata ufficialmente proprio a Feltre, a Palazzo Tomitano, nel 1972. Un punto alla carriera sul palco, perché Fornasier prosegue con il servizio liturgico, le lezioni all’Università della Terza Età e qualche conferenza. E con gli incontri di perfezionamento della lingua inglese tramite i testi delle canzoni di recente avviato a Sedico. Insomma, il ritiro dai concerti non è che la chiusura di un – grosso – capitolo del libro della vita di Giorgio Fornasier. Un’occasione che dà il destro per ripercorrere – pur in breve – tutte le sue esperienze artistiche: musicali, culturali, sociali, umane.

Quella con i Belumat è la più lunga e popolare. «Il frutto di 50 anni d’amicizia tra due personaggi opposti, per caratteri e scelte di vita. Che però hanno capito che, se si mettevano assieme, facevano qualcosa di valido», racconta. Un binomio andato avanti 35 anni, foriero di tante soddisfazioni, soprattutto tra le migliaia e migliaia di emigranti bellunesi e veneti nel mondo.

Giorgio Fornasier è però anche «tanto altro, che è ancora nella memoria delle persone». È il giovane avvicinatosi presto al canto, agli strumenti (mandolino e chitarra, armonium e organo) e alla composizione grazie a grandi maestri come don Sergio Manfroi, Giorgio Ghe e Lamberto Pietropoli. Prima degli esordi rock con Le Ombre, e degli approcci alla classica, alla polifonica, ai cori di montagna, e verso i 40 anni alla lirica.

È l’autore di 176 canzoni. «Quelle che più mi hanno dato soddisfazione non le ho scritte in italiano né in dialetto, ma in inglese e spagnolo». Brani come la commovente “Ich auch”. O la meravigliosa versione spagnola di “Come n pecà”, cantata da una soprano cilena. È l’insegnante d’inglese, tutt’ora trasmesso con metodo deduttivo partendo dalle canzoni.

È il presidente e poi direttore generale dell’Associazione Internazionale Sindrome di Prader Willi (IPWSO), malattia da sempre “compagna” del figlio Daniele. Senza dimenticare «le grosse soddisfazioni come tenore lirico, e soprattutto di aver scoperto manoscritti originali delle riduzioni gesuitiche del Sud America e aver fondato il Domenico Zipoli Ensemble. Un grosso capitolo che mi ha portato a cantare alle Nazioni Unite a Ginevra, in Vaticano. Nella cattedrale di Asunción, Paraguay, con un’orchestra di 500 bambini. E in tutto il mondo».

Esperienze lungo 66 anni, dalle quali Giorgio si è congedato senza rimpianti. «Quello che fai resta. Ed è documentato». “Una vita scritta sul pentagramma” raccontata nell’omonima autobiografia. Un vissuto che ora gli è valso il San Martino. «Lo dedico, oltre alla mia famiglia, al mio maestro di chitarra e grande amico Giorgio Ghe, morto a metà ottobre. Ho cantato al suo funerale in Duomo. Sarebbe stato orgogliosissimo, e non sarebbe mancato alla consegna del premio al Teatro Comunale. Però sicuramente, da lassù, ha gioito».

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