L’opposizione al regime fascista in provincia di Belluno c’era già da prima della guerra; in parte visibile, in gran parte clandestina, forte tra i fuoriusciti, gli esiliati e gli emigranti all’estero o tra gli oppositori incarcerati e confinati. La situazione precipitò dopo l’armistizio dell’8 settembre 1944 quando fu facile per i tedeschi sgominare l’Esercito italiano lasciato senza informazioni, piani e ordini. I militari italiani che accettarono di combattere con la Wehrmacht poterono conservare le armi, gli ufficiali che opponevano Resistenza furono fucilati, la truppa inviata ai campi di internamento o di lavoro.
Quel clima fu ben descritto da Beppe Fenoglio: “E poi nemmeno l’ordine hanno saputo darci. Di ordini ne è arrivato un fottio, ma uno diverso dall’altro, o contrario. Resistere ai tedeschi non sparare sui tedeschi non lasciarsi disarmare dai tedeschi uccidere i tedeschi auto disarmarsi non cedere le armi.”
L’occupazione dell’Italia fu pianificata dall’Oberkommando della Wehrmacht nel maggio del 1943 e diventò operativa il 25 luglio, molto prima dell’armistizio. Da mesi, con la complicità dei fascisti, reparti dell’esercito tedesco erano pronti ad assumere il controllo del territorio e contrastare lo sbarco degli alleati. Il 10 settembre 1943 Hitler ordinò l’occupazione delle province di Trento, Bolzano e Belluno, andando a costituire la Operationszone Alpenvorland, una parte del Terzo Reich. Lo stesso giorno, il Comitato d’Azione Antifascista, nato nel novembre del 1942, si trasformò in CLN provinciale con sede a Belluno.
Anche il Comitato di Liberazione Nazionale, dopo l’armistizio, fu più rapido dei tedeschi: si riunì il 9 settembre a Roma, assumendo il compito di governare l’Italia in un periodo di enormi difficoltà. I fascisti, nel fondare il 23 settembre 1943 la repubblica di Salò, presso l’ambasciata tedesca a Roma, ci misero più tempo. Il “patriota” Mussolini rimase al sicuro a Monaco e non rientrò in Italia che il 25 settembre, a giochi fatti, e in una condizione di totale asservimento agli interessi dei nazisti.
Quando centinaia di militari, soprattutto Alpini, abbandonati sui fronti di guerra, ritornarono, trovarono ad attenderli il governo delle SS che imponeva loro di arruolarsi in una milizia territoriale al loro servizio, pena la morte o la deportazione. Molti, invece di arruolarsi, si organizzarono in montagna per combattere contro l’occupante tedesco e contro il complice regime fascista. Costituirono la Divisione Nino Nanetti, dalla quale il 27 novembre si costituì la Divisione Belluno, che al 5 giugno 1954 coordinava undici Brigate, formate da 55 Battaglioni. In totale circa 7.000 partigiani e patrioti. Il prezzo pagato per questa scelta fu molto elevato.
Fu pesante anche il giogo nazista sulla popolazione: alla fine della guerra Belluno conterà un migliaio di morti, dei quali 86 impiccati, 127 fucilati, 7 arsi vivi e 11 uccisi dalle sevizie, 564 caduti in combattimento e poi 301 feriti, 1.667 deportati e 7.000 internati, che motivarono la Medaglia d’oro conferita al capoluogo provinciale il 16 marzo 1947.
Fu per questo sacrificio e volontà di riscatto, diffusa in tutta l’Italia occupata dai tedeschi, che De Gasperi ebbe l’opportunità di dire alla conferenza di pace di Parigi nel 1946 che rappresentava l’Italia, la nemica sconfitta, ma anche “la responsabilità e il diritto di parlare come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica […] rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi avete il compito di stabilire”.
Fu da questa voglia di riscatto, di libertà dalla dominazione straniera e da un regime dispotico che fu eletta l’Assemblea costituente e scritta la Costituzione della Repubblica democratica italiana nella quale abbiamo potuto tutti vivere per ottant’anni in pace, eguaglianza e libertà.
Oltre a commemorare i combattenti nella guerra di Liberazione nazionale dovremmo tutti avvertire per loro riconoscenza e gratitudine.