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2-3 settimane per pensarti in modo diverso

L’esperienza del Centro Missionario Diocesano

2-3 settimane per pensarti in modo diverso

L’esperienza del Centro Missionario Diocesano

Cosa puoi fare in due-tre settimane? Moltissime cose oppure quasi niente. È un tempo insufficiente per costruire una casa, conoscere bene qualcuno, far crescere un bambino, ad esempio. Ma è un molto più del tempo necessario per mangiare insieme in allegria, innamorarsi, formulare un pensiero, sorridere, parlare con un bambino. Il fatto è che il tempo è relativo: siamo noi a decidere quanto ne abbiamo e come utilizzarlo, ed è esattamente questo che fa la differenza. Se lo chiedete a Josè Soccal, segretario del Centro Missionario Diocesano di Belluno-Feltre, vi risponde che in due tre settimane certo non puoi salvare il mondo, ma puoi condividerlo con qualcuno.

Condividere il mondo mi pare un concetto metafisico tutt’altro che banale, cosa intende di preciso?
«Intendo che se ti piace l’idea di fare un’esperienza nel Sud del mondo, senza le comodità alle quali sei abituato, con il cuore aperto agli altri e alla diversità etnica, culturale, a volte anche religiosa, pur senza fare niente di preciso e senza speciali competenze, in due tre settimane puoi sentire un pezzo di mondo diverso dal tuo che cammina con te».

E cosa fa il Centro per aiutarmi a camminare nel mondo?
«Da circa 15 anni facciamo viaggiare in tutto il Sud del mondo ragazzi e adulti: li formiamo in un ciclo di incontri che li aiuti a capire bene che stanno per imbarcarsi in un’avventura difficile, ma entusiasmante, che probabilmente lascerà loro dentro un segno per sempre».

Come arrivano da voi queste persone?
«Gli adulti ci contattano perché conoscono la nostra realtà diocesana, che conta circa 30 missionari nei cinque continenti, che affianchiamo nell’attività missionaria e pastorale e che sosteniamo con progetti mirati anche assieme ad altri Centri Missionari. Per i ragazzi facciamo incontri nelle scuole e nelle parrocchie. Ai giovani teniamo molto: hanno un’incredibile capacità di adattamento e un cuore aperto e limpido; sono accoglienti per natura e curiosi. Che si tratti di mangiare riso per tre settimane o di viaggiare su autobus scassati per loro non fa differenza».

Come decidete dove andare e per quanto tempo?
«Valutiamo innanzitutto la sicurezza del luogo: abbiamo missionari nel Corno d’Africa, ad esempio, dove in vari paesi infuria la guerra civile, o dove ci possono essere emergenze sanitarie. Poi chiediamo al missionario se è disponibile ad ospitare qualcuno per il tempo necessario perché si realizzi che il Sud del mondo non è miserabile, anche se magari è povero; e che questa condizione non sempre rende infelici. Una delle cose che chi torna ricorda più spesso è la gioia di accogliere gente che, rispetto a noi, non ha davvero niente. Condividere lo spazio e il tempo con qualcuno che non conosci e che è molto diverso da te ti aiuta a relativizzare la tua realtà e a respirare quella degli altri. È una lettura diversa, soprattutto di te stesso».
Come sostenete le missioni?
«Abbiamo dei donatori, che ci aiutano con regolarità. Moltissimo arriva dalle cassettine “Un pane per amor di Dio” che distribuiamo in ogni parrocchia durante la Quaresima. Di solito proponiamo alcuni progetti specifici: quest’anno ne abbiamo in Ecuador, per la ricostruzione dopo un tifone; in Madagascar a sostegno di orfani e disabili (ricorderanno i lettori de “Il Veses” l’esperienza di alcuni giovani pubblicata sul numero di novembre, ndr); in Ucraina in soccorso alle famiglie colpite dalla guerra e in Albania per garantire la frequenza scolastica di bambini poveri a Scutari».

Tornando alla domanda iniziale, quindi: in due-tre settimane puoi viaggiare in condivisione con altre persone, conoscere contesti locali con i quali non saresti entrato mai in contatto, portare con te la testimonianza di gente che non avresti mai incontrato e di stelle che non avresti mai visto; e pensarti in modo diverso. Come quel ragazzo bellunese senza gran voglia di studiare che, molti anni fa, fece un viaggio in Ecuador, tra le famiglie povere della missione. Al ritorno decise che avrebbe fatto il medico, «..perchè cosi, magari, potrò essere utile a qualcuno». È diventato medico davvero. Il tempo è sempre relativo, in effetti.

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